Le ferie sono finite. Ma per lavoratori poveri e precari non sono mai iniziate

Le ferie sono finite. Ma per lavoratori poveri e precari non sono mai iniziate

L’estate sta finendo: abbiamo aperto con Francesco Guccini, chiudiamo con I Righeira, questa serie di approfondimenti sulla povertà che ci ha accompagnato lungo tutta l’estate. Nei giorni in cui le scuole hanno riaperto ormai in tutta la penisola e le attività sono riprese a pieno ritmo, Alleanza contro la povertà dedica questa quarta e ultima puntata ai tanti che – stranieri e italiani, donne e uomini, giovani e meno giovani – in vacanza non sono andati. 

E non parliamo solo di persone disoccupate o in condizioni di grave disagio socio-economico: parliamo anche di tanti lavoratori, a cui il lavoro però non permette di allontanarsi, o di “staccare”, come si usa dire. Non perché siano insostituibili e indispensabili, ma perché, pur lavorando, ricadono sotto la soglia di povertà

Una persona su tre non può permettersi una settimana fuori casa

Partiamo dalla chi una vacanza non può permettersela: secondo Eurostat, nel 2025 il 36,8% delle persone residenti in Italia con almeno 16 anni non era in grado di pagarsi una settimana lontano da casa. Più di una su tre. La media dell’Unione europea era molto più bassa, pari al 27,5%. 

Naturalmente, quanto più si è poveri tanto meno si va in vacanza: il 63,2% di chi  vive sotto la soglia europea del rischio di povertà non può permettersi una settimana fuori casa. Anche però il 29,4% di chi vive sopra quella soglia, non ha le risorse necessarie per concedersi una settimana di vacanza. In altre parole, anche famiglie che non risultano povere, arrivano alla fine del mese senza alcun margine. Basta una spesa imprevista, un contratto che non viene rinnovato, una malattia o una riparazione urgente per mettere in crisi tutto il bilancio familiare. 

Va precisato che non potersi permettere una settimana lontano da casa misura un’impossibilità economica e non coincide necessariamente con il fatto di non avere ferie o di non usufruirne.

Rischio di povertà più elevato tra i lavoratori a termine

Nel 2025, secondo Eurostat, era a rischio di povertà il 14,1% dei dipendenti italiani con un contratto a termine, più del doppio rispetto al 6,8% registrato tra i dipendenti a tempo indeterminato. La differenza era ancora più marcata per le donne. Tra quelle con un contratto a termine, il rischio di povertà raggiungeva il 17,7%, contro il 10,4% degli uomini nella stessa condizione lavorativa.

La discontinuità espone più facilmente a un reddito insufficiente, soprattutto quando nella famiglia c’è un solo percettore, sono presenti figli o persone da assistere oppure una parte consistente del reddito viene assorbita dall’affitto.

Lavoratori poveri

C’è poi un problema ancora più ampio: il cosiddetto working poor, il lavoro povero.

Nel 2025, ben il 10,2% degli occupati maggiorenni in Italia era a rischio di povertà. La media dell’Unione europea era dell’8,3%. In altre parole, più di un lavoratore italiano su dieci viveva in una famiglia con un reddito inferiore alla soglia europea di rischio di povertà.

Non solo: secondo i dati Istat, nel 2024 si trovava in povertà assoluta l’8,7% delle famiglie la cui persona di riferimento era un lavoratore dipendente. Quando la persona di riferimento era operaia o assimilata, l’incidenza saliva al 15,6%. Il lavoro quindi, come Alleanza contro la povertà ha spesso denunciato, non rappresenta più un fattore di protezione sufficiente contro la povertà. 

Il lavoro precario e irregolare

Se il lavoro dipendente – che sia a termine o indeterminato – oggi non mette al riparo dalla povertà, tanto meno riesce a farlo il lavoro cosiddetto precario. Una categoria ampia, questa, in cui rientrano condizioni diverse per natura e regolazione, ma che possono avere un tratto comune: una maggiore esposizione all’incertezza del reddito e alla difficoltà di esercitare pienamente alcuni diritti, compreso quello al riposo. Condizioni che rischiano, per questo, di contraddire l’articolo 36 della Costituzione, per cui “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e comunque sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. 

Per i lavoratori precari – qualche che sia la tipologia specifica del contratto – spesso non esiste un periodo di ferie pagato. Se non lavorano, non fatturano e non guadagnano. 

Il diritto al riposo non sempre viene negato apertamente, ma spesso viene reso impraticabile dalle condizioni economiche e dai rapporti di forza.

E poi c’è il lavoro irregolare, che sfugge in parte alle statistiche e nel quale ferie, malattia, riposi e contributi possono essere negati del tutto. È qui che la povertà incontra lo sfruttamento.

Le richieste di Alleanza contro la povertà

“L’aumento dell’occupazione è un dato importante, ma non possiamo limitarci a contare quanti posti di lavoro vengono creati», afferma Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà. «Dobbiamo chiederci quali tutele prevedano e se garantiscano alle persone di vivere dignitosamente. Per milioni di persone le ferie non sono una scelta rinviata, ma una possibilità che non è mai esistita. Il riposo è un diritto che ha a che fare con la dignità, il benessere e la salute della persona».

Per questo Alleanza contro la povertà chiede:

  1. Contratti realmente rappresentativi. Occorre contrastare i contratti pirata e garantire a ogni lavoratore l’applicazione dei contratti collettivi stipulati dalle parti sociali comparativamente più rappresentative a livello nazionale al fine di garantire una retribuzione proporzionata e sufficiente, come stabilisce l’articolo 36 della Costituzione.
  2. Meno precarietà e più continuità lavorativa. Deve essere limitato il ricorso improprio ai contratti a termine, al lavoro intermittente, alle collaborazioni e alle false partite Iva, favorendo la trasformazione dei rapporti continuativi in lavoro stabile.
  3. Ferie, riposi e ore lavorate realmente garantiti, anche rafforzando i controlli contro il lavoro nero, aumentando il personale ispettivo e concentrando gli interventi nei settori più esposti allo sfruttamento.
  4. Misure contro la povertà accessibili anche a chi lavora. I sostegni economici devono raggiungere anche le famiglie nelle quali sia presente un lavoratore con un reddito insufficiente. L’accettazione di un impiego breve o poco retribuito non deve produrre la perdita immediata e totale dell’aiuto.
  5. Servizi pubblici che riducano le spese indispensabili. Casa, trasporti, scuola, servizi educativi e assistenza incidono direttamente sul reddito disponibile. Contrastare la povertà lavorativa significa anche ridurre il costo dei bisogni essenziali.

Fin quando avere il lavoro non diventerà una protezione reale ed efficace contro la povertà, quest’ultima continuerà  dilagare e diffondersi nel nostro Paese, come sta accadendo da oltre 10 anni. E il riposo sarà un diritto per pochi. 

Precedente Tra “dublinanti” e “remigrazione”, gli stranieri sono i più poveri

© 2022 Alleanza Contro la Povertà in Italia. Tutti i diritti Riservati – CF: 80156250583 (Rif. CONFCOOPERATIVE) – Privacy Policy – Cookie Policy