L’Istat lo ha recentemente messo in luce con drammatica chiarezza: la povertà assoluta colpisce, nel nostro Paese, un numero sempre più elevato di minori. Nel 2023 si è infatti registrata la percentuale più altra, dal 2024, di minori in povertà assoluta: il 14%, pari a circa 1,3 milioni di minori. Come si legge nelle Stime preliminari della povertà assoluta per l’anno 2023, “la presenza di figli minori continua a essere un fattore che espone maggiormente le famiglie al disagio; l’incidenza di povertà assoluta si conferma più marcata per le famiglie con almeno un figlio minore (12,0%), mentre per quelle con anziani si attesta al 6,4%”.
Alleanza contro la Povertà ha scelto quindi di dedicare un approfondimento a questo tema, con l’aiuto di una delle organizzazioni aderenti che se ne occupano costantemente: Save the Children, che recentemente ha realizzato e diffuso, in collaborazione con Caritas Italiana, una ricerca proprio su povertà e minori, dal titolo “Domani (Im)possibili”. Di seguito l’intervista ad Antonella Inverno, responsabile Politiche Infanzia e Adolescenza.
Come e quanto la povertà colpisce i minori, nel nostro Paese?
Negli ultimi anni la povertà minorile in Italia è triplicata, mentre quella degli over 65 è diminuita o rimasta stabile. È un segnale chiaro di quanto le famiglie con figli minori stiano facendo fatica a sostenere le crisi che si sono succedute nel nostro Paese e in particolare ad affrontare l’inflazione, che colpisce molto più duramente chi ha un reddito basso.
Cosa significa concretamente per un bambino o una bambina italiana essere povero? Quali sono le principali rinunce a cui è costretto/a?
Ad essere colpita è soprattutto la socialità: non si esce perché non si hanno i soldi per fare quello che fanno gli altri: tanti ce lo hanno raccontato, nelle interviste realizzate per la ricerca “Domani (Im)possibili. Questo crea un vulnus nel capitale sociale dei ragazzi, oltre a rappresentare una violazione del diritto al tempo libro. Un’altra rinuncia è quella alle attività extra scolastiche: tanti ragazzi raccontano che lo sport è stata una delle prime attività che hanno dovuto abbandonare. Ma anche le gite scolastiche, le uscite didattiche e le altre attività extrascolastiche come il corso di teatro, o di musica. Ci sono anche tanti ragazzi che ci hanno riferito di non avere tutti i libri. Questo è un altro punto che richiede grande attenzione: la scuola pubblica ha costi accessori che non tutti possono sostenere, quindi rischia di creare disuguaglianze. Perfino i libri scolastici non sono accessibili per tutti: i contributi pubblici dedicati hanno una gestione diversificata, a volte vengono erogati molto in ritardo e sicuramente non bastano a coprire tutto il costo. Naturalmente, poi, tanti rinunciano alle vacanze. Circa il 43% dei ragazzi e delle ragazze aiuta le famiglie, rinunciando a spese non necessarie. Questo mi ha colpito particolarmente: molti dicono di sentirsi in colpa se devono chiedere ai genitori di spendere soldi. Insomma, c’è anche nei giovanissimi una consapevolezza della povertà, che merge anche da altre risposte: i ragazzi in difficoltà economica sanno benissimo che dovranno affrontare più ostacoli e abbassano moltissimo le loro aspettative. Abbiamo creato una soglia di deprivazione calata sugli adolescenti: chi è sotto soglia questa soglia, ha basse aspettative per lo studio e ancor di più per il lavoro: coloro che vivono in condizioni di deprivazione immaginano per il loro futuro un lavoro che non garantirà il sostentamento, che li esporrà al rischio di sfruttamento e che non soddisferà i loro desideri.
Dal vostro punto di vista, quali sono i principali strumenti che dovrebbero essere messi in campo per contrastare la povertà assoluta dei minori e ridurre le diseguaglianze?
Servono innanzitutto politiche attive del lavoro, strumenti di conciliazione, sostegno al reddito e aumento dell’assegno unico. Anche le spese per lo studio devono essere sostenute: troppi ci hanno detto di non potersi permettere l’università. Un dato particolare, emerso dal focus group con i docenti, riguarda le famiglie straniere: anche nelle difficoltà, queste sono generalmente più disposte ad investire nello studio, per un desiderio di riscatto sociale. Le famiglie italiani sembrano invece meno consapevoli del fattore protettivo rappresentato dalla scuola e, in generale, dallo studio.
Le politiche di contrasto alla povertà nel nostro Paese sono efficaci, dal vostro punto di vista?
L’Italia non riesce a mettere in campo politiche efficaci nel contrasto alla povertà rispetto ad altri Paesi europei. Abbiamo una spesa tutta sbilanciata su costi delle pensioni, mentre non riusciamo ad essere efficaci rispetto al sostegno al reddito. È evidente che le misure di contrasto alla povertà non stanno funzionando. Un dato della nostra indagine è in questo senso particolarmente significativo: il passaggio alla maggiore età di un figlio rappresenta per molte famiglie un problema, perché significa non avere più diritto a una misura di sostegno, prima il Reddito di Cittadinanza, oggi l’Adi. Abbiamo incontrato diversi ragazzi in questa situazione. Questa restrizione delle misure di sostegno ha effetti immediati di ricaduta nella povertà. È necessario e urgente reintrodurre meccanismi per cui le famiglie siano adeguatamente tutelate e sia favorito e sostenuto l’ingresso dei ragazzi e delle ragazze nel mondo adulto, anche attraverso la possibilità di lasciare la famiglia di origine e studiare fuori sede.